Web3: i modelli di business che funzionano
Dietro l’etichetta “Web3” convivono progetti molto diversi: alcuni generano ricavi reali e sostenibili, altri vivono solo di emissione di token e incentivi. Distinguere i modelli che funzionano da quelli che bruciano capitale è il primo passo per costruire, o valutare, un progetto serio. La domanda giusta non è “quanto vale il token”, ma “da dove arrivano i ricavi e chi li paga”.
Cosa cambia rispetto al Web2
La differenza strutturale è la titolarità: nel Web3 utenti e contributori possono possedere una parte del valore che aiutano a creare, attraverso token che rappresentano diritti economici, di governance o d’uso. Questo abilita modelli in cui la rete cresce distribuendo valore ai partecipanti, ma introduce anche il rischio di incentivi drogati che spariscono quando finisce l’emissione.
I modelli che generano valore reale
Alcune categorie hanno dimostrato di reggere oltre l’entusiasmo speculativo.
- Protocolli con fee d’uso: infrastrutture (scambi decentralizzati, piattaforme di prestito, reti di secondo livello) che trattengono una commissione su ogni transazione. Il ricavo è proporzionale all’uso effettivo: è il modello più vicino a un business tradizionale.
- Infrastruttura e “picks and shovels”: nodi, oracoli, indicizzazione dei dati, portafogli, custodia, tooling per sviluppatori. Vendono un servizio necessario a chiunque costruisca, spesso con ricavi ricorrenti in abbonamento o a consumo.
- Marketplace: piattaforme che mettono in contatto domanda e offerta (asset digitali, servizi, capacità di calcolo) trattenendo una commissione. Vale la regola di sempre: liquidità e volumi contano più del token.
- Servizi e applicazioni: prodotti rivolti a un pubblico verticale (identità, tokenizzazione di asset, strumenti per la creator economy) con un modello di ricavo chiaro, dove la blockchain è mezzo e non fine.
I segnali di un modello fragile
- Ricavi che dipendono quasi solo dall’emissione di nuovi token e non da fee pagate dagli utenti.
- Rendimenti insostenibili promessi per attirare capitale (“yield” a due o tre cifre non giustificato da attività economica reale).
- Assenza di un motivo per usare il prodotto al netto dell’incentivo in token.
- Metriche gonfiate da wallet e volumi non organici.
Un test semplice: se togli il token, resta un’attività che qualcuno pagherebbe? Se sì, il modello ha basi solide.
L’inquadramento svizzero
La Svizzera offre un quadro tra i più maturi per i progetti su blockchain, ma la struttura giuridica va disegnata con attenzione. La qualificazione del token (di pagamento, di utilizzo o di investimento) determina il trattamento regolamentare e fiscale, e alcune attività — ad esempio la custodia di valori per conto terzi, l’intermediazione o l’emissione di determinati strumenti — possono ricadere in ambiti soggetti ad autorizzazione. In questi casi le attività regolamentate vengono svolte tramite partner autorizzati, mentre il ruolo del consulente resta la strutturazione e la consulenza: forma societaria, governance del progetto, impostazione contrattuale e coerenza fiscale.
Va inoltre valutato l’inquadramento AML: molti modelli Web3 che movimentano valori richiedono presidi antiriciclaggio adeguati fin dalla progettazione, non a posteriori.
Come lavoriamo
SIH ONE supporta i progetti Web3 nella strutturazione societaria, nella qualificazione dei token e nell’impostazione di governance, aspetti fiscali e presidi AML, con le attività autorizzate gestite tramite partner abilitati. Se stai costruendo nel Web3, parliamone con il nostro desk crypto.