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Il certificato di lavoro: cosa può e non può contenere

SIH ONE — Desk People · 26 aprile 2026

Alla fine (o durante) il rapporto di lavoro, il dipendente ha diritto a un certificato di lavoro. È un obbligo del datore previsto dal Codice delle obbligazioni, non una cortesia. Ma il documento deve rispettare regole precise: tra verità e benevolenza si gioca tutto il suo valore.

Due documenti diversi

Il CO distingue due tipi di attestazione:

  • Certificato di lavoro completo (qualificato): descrive natura e durata del rapporto, e valuta prestazioni e comportamento del dipendente.
  • Attestato semplice (di lavoro): si limita a natura e durata del rapporto, senza giudizi.

Di regola il dipendente ha diritto al certificato completo. Può chiedere l’attestato semplice se preferisce non far figurare valutazioni, ma la scelta spetta a lui.

I contenuti obbligatori

Un certificato completo indica di norma:

  • dati del dipendente e del datore;
  • funzione e principali mansioni svolte;
  • periodo di impiego (date d’inizio e fine);
  • grado d’occupazione ed evoluzione della carriera;
  • valutazione della qualità del lavoro (competenza, impegno, risultati);
  • valutazione del comportamento verso superiori, colleghi e clienti;
  • eventuale motivo della fine del rapporto, se richiesto dal dipendente.

I due principi cardine: verità e benevolenza

Il certificato deve conciliare due esigenze:

  • Verità: deve essere completo e corrispondere ai fatti. Non può tacere elementi essenziali né dipingere una realtà falsa.
  • Benevolenza: deve favorire la progressione professionale del dipendente. Nel dubbio, la formulazione va scelta in modo da non danneggiare senza necessità.

Quando i due principi confliggono, in linea di massima la verità prevale: un certificato non deve ingannare un futuro datore. Ma i fatti negativi isolati o irrilevanti per il giudizio complessivo non vanno menzionati.

Cosa NON può contenere

Il certificato non deve includere:

  • malattie superate che non incidono sull’idoneità, o dettagli sanitari;
  • appartenenza sindacale, opinioni politiche o religiose;
  • assenze per gravidanza o congedo maternità come giudizio negativo;
  • procedimenti o sospetti non provati;
  • eventi singoli e marginali che alterano il quadro d’insieme.

Un’assenza prolungata può però essere indicata se, tacendola, la durata effettiva del lavoro risulterebbe falsata.

I “codici nascosti” sono vietati

È diffusa la leggenda dei codici segreti: formule apparentemente positive che tra addetti ai lavori significano il contrario. L’uso di un linguaggio in codice, ambiguo o allusivo, è illecito: viola il principio di chiarezza e verità. Il certificato deve essere comprensibile al suo valore letterale.

Rettifica e tempi di consegna

Se il dipendente ritiene il certificato inesatto o ingiustamente sfavorevole, può chiederne la rettifica. In caso di disaccordo, decide il giudice; l’onere di provare i fatti negativi contestati spetta di regola al datore.

Il certificato va rilasciato su richiesta e senza ritardo ingiustificato. Un certificato intermedio può essere chiesto durante il rapporto, ad esempio al cambio di superiore o in previsione di una candidatura.

Il consiglio pratico

Per il datore: redigere certificati equilibrati, veritieri e privi di formule ambigue riduce i contenziosi. Per il dipendente: leggere con attenzione e chiedere la correzione di errori o valutazioni sproporzionate, prima che il documento circoli.

Come ti aiutiamo

La divisione People di SIH ONE redige certificati e attestati conformi al CO, equilibrati tra verità e benevolenza, e assiste nelle richieste di rettifica. Rivediamo i tuoi certificati di lavoro.

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